Analisi del match tra Miocic e Ngannou, l’attesa sfida per il titolo dei pesi massimi UFC andata in scena nel corso dell’evento UFC 220.

UFC 220 ha visto una card diversa rispetto agli ultimi eventi numerati della promotion americana. Gli unici match appetibili e attesi dal pubblico sono stati il co-main ed il main event, dove due campioni di categoria affrontavano due sfidanti che militano da poco nell’UFC, dotati di una predisposizione a chiudere i match con KO fulminei. Altri match in cui combattevano lottatori famosi non ce n’erano, forse solo il match di apertura di Gleison Tibau, veterano della promotion, che aveva contro un avversario sponsorizzato dal russo più famoso dell’organizzazione: il daghestano Nurmagomedov.

“The Eagle”, inoltre, era a Boston per supportare il compagno di team Daniel Cormier impegnato nel co-main event della serata contro Volkan Oezdemir. “DC” si è sbarazzato in fretta dell’avversario, facendolo sembrare un livello sotto e ha lanciato a fine match una previsione sul fatto che a fine anno l’AKA avrà ben 3 campioni in tre categorie diverse.

Il main event, invece, ha visto opposti Stipe Miocic e Francis Ngannou per il titolo dei pesi massimi, che viene anche definito come il titolo per il “baddest man on the planet” come piace agli americani. Voglio analizzare questo match più da vicino perché tanto si era detto prima dell’incontro e tanto abbiamo visto durante i 25 minuti all’interno della gabbia.

Pre-match

L’ hype attorno Ngannou di certo non era ingiustificato: KO spettacolari, presenza fisica fuori dal comune e una storia più unica che rara a partire dalla sua infanzia e dalle sue radici geografiche. Soffermiamoci quindi su questi tre aspetti e cerchiamo di metterli a paragone con Miocic, di come quest’ultimo ha gestito questi elementi e, soprattutto, come ha contrastato la pressione derivante da essi.

Per quanto riguarda il primo aspetto mi viene in aiuto Dan Hardy. L’inglese ex UFC (spettacolari i suoi KO nei pesi welter, tra l’altro) è un fine conoscitore del gioco, un’analista con i “controcazzi” e nel suo programma riporta un dato molto interessante: la percentuale di KO fatti in carriera da parte dei top della heavyweight division. Miocic non solo ha messo a segno più KO di Ngannou, ma ha anche una percentuale maggiore di match finiti per KO!

Il binomio Ngannou-KO ne esce ridimensionato. Se confrontiamo il livello degli atleti messi KO da Miocic e di quelli messi KO da Ngannou la differenza è stratosferica: tra le vittime illustri del pompiere troviamo Hunt, Arlovski, Werdum, Overeem e Maldonado. Tra quelle del camerunese troviamo solo due nomi che spiccano, ovvero quello di Arlovski e quello di Overeem.

Il secondo nome ci permette di avviare un’altra riflessione: Overeem (dopo Werdum) è il peso massimo che ha la percentuale più bassa di KO nella divisione. In sostanza, gli unici due KO di rilievo di Ngannou sono contro due atleti che non hanno una percentuale di KO molto alta, che sono nella fase calante della carriera e che non sono mai stati famosi per la loro mascella. Questi dati fanno pendere l’asticella del possibile KO verso Miocic e non verso Ngannou come invece già molti credevano.

Passiamo alla seconda delle considerazioni su Ngannou che sono state fatte prima del match per pompare il suo hype: la sua incredibile presenza fisica. È vero, il camerunese è un gigante. Mettiamo a confronto l’allungo dei due: 83 pollici per Ngannou e solo 80 per Miocic. Miocic, però, ha quasi sempre affrontato fighter con allungo maggiore del suo e ha anche vinto. Anche qui nessun punto a vantaggio dell’africano.

Ha iniziato, poi, a circolare una storiella riguardante una macchina che misura la forza in un singolo pugno all’UFC Performance Institute. Ngannou ha battuto il precedente record ed è stato subito etichettato (complici anche i suoi spettacolari KO) come “l’uomo più forte del pianeta”. Ora, non voglio in nessun modo sminuire la potenza di Ngannou, ma questo titolo e questa storia sono un po’ stati montati ad arte dall’organizzazione.

Non ci sono dati ufficiali, non si sa chi altro si sia cimentato nella competizione, non si sa in effetti questa macchina come funzioni, pare che il record precedente fosse appartenuto a Tyron Spong per un pugno dato molti anni prima. La macchina, però, non tiene conto di quello che più dà forza ad un pugno: i piedi, lo spazio e l’accelerazione. Insomma, una cosa è un pugno ad una macchina ferma, statica, un’altra è nella dinamica di un match; anche questo mito sulla fisicità di Ngannou va a farsi benedire.

Riguardo alla terza voce che gira sul conto di Ngannou, la sue radici africane, la sua storia di redenzione e la sua rapidissima ascesa, erano tutte a vantaggio di Miocic. Un giovane africano ha un bagaglio atletico inferiore ad un giovane wrestler collegiale e un neofita della lotta ci metterà molto più tempo ad imparare determinati meccanismi che un wrestler ha già fatti suoi. Con tutte queste premesse è facile capire come il fenomeno Ngannou difficilmente rappresentava un “mostro” nella mente di Miocic.

Il match

Mi ha fatto strano vedere quanto Miocic abbassasse la testa per schivare i pugni di Ngannou, pur sapendo che il colpo migliore del camerunense è proprio l’uppercut. In qualsiasi palestra di pugilato ti insegnano a non abbassare la testa per non prenderti un montante in bocca. In questo match Miocic ne sapeva più dei vari maestri di pugilato proprio perché cercava quel temuto montante per cambiare il livello e afferrare le gambe.

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Nella boxe e nel double leg c’è tutto il genio di Miocic. Miocic ha sempre risposto ai pugni del camerunese con efficacia, con pugni dritti e sapendo incassare qualche colpo. Il pompiere di Cleveland, poi, ha fatto un uso atipico e magistrale del double leg (a tratti alla St. Pierre) non mettendo il ginocchio a terra, ma una volta afferrate le gambe, continuando la sua corsa in modo tale o da schienarlo o da portarlo a parete. Due conclusioni della tecnica che lo avrebbero portato ad una situazione di controllo, ma soprattutto non avrebbero permesso al camerunese di schiacciarlo a terra.

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Inoltre è stato furbo a scegliere di rado il single leg poiché è una proiezione che, in linea di massima, dà meno controllo una volta a terra e dalla quale Ngannou avrebbe potuto rialzarsi.

Miocic, invece, ha cercato di essere fuori pericolo dallo striking dell’africano e di asfissiarlo fino a farlo stancare. Ci è riuscito alla grande tenendolo a parete in una posizione molto complessa che comporta scelte difficili per Ngannou: quella posizione compressa su una gamba e su un ginocchio, schiacciato alla gabbia, comportava sia un’enorme stanchezza, per via della cassa toracica chiusa e della respirazione affannosa dettata dalla pressione di Miocic, sia la necessità di impegnare un braccio e una mano a toccare terra per evitare ginocchiate al volto. Ngannou nelle fasi a parete è stato costretto a fare a meno di una gamba e di un braccio sia per scelta (non prendere ginocchiate al volto) sia per la bravura del campione.

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Certo, poi possiamo parlare degli evidenti limiti schiena a terra di Ngannou, ma fatico molto a trovare massimi che in quella posizione avrebbero potuto fare di meglio; si sa che per via del peso, della forza dei pugni e a volte della scarsa condizione atletica nei pesi massimi il primo che va schiena a terra per svariati minuti è anche quello che poi perde il match.

Post match

Ngannou è stato parecchio ridimensionato e a questo punto mi piacerebbe vederlo con Werdum. Anche se è sembrato presuntuoso nelle interviste rilasciate, da questa sconfitta Ngannou può solo migliorare, ma deve riconoscere che non si diventa campioni solo a suon di KO, ci vuole qualcosa in più. Nella storia UFC, però, un po’ tutti gli atleti che arrivano alla sfida titolata con KO fulminei vengono ridimensionati dai campioni in carica: Ngannou, Oezdemir, lo stesso Hardy a suo tempo da St. Pierre, Irvine da Silva, Carwin da Lesnar etc.

Miocic compie un’impresa che lo consacra come il miglior peso massimo di sempre: difende per tre volte il titolo. Il che fa riflettere sulla qualità dei pesi massimi passati e presenti e ci fa arrendere all’idea che questa è la categoria dove può bastare il pugno giusto per cambiare tutto. Tra Miocic e Ngannou non è stato così ed è questo che rende il pompiere un campione diverso dagli altri, più che quel numero tre vicino alle sue difese titolate.

Si può notare in finale la ribalta dei wrestler a discapito degli striker che avevano dominato in questi anni i ranking e le varie divisioni. Khabib, Cormier, Miocic, il ritorno di St. Pierre, il regno di Woodley sono tutti episodi di wrestler che dominano i loro avversari o che trovano risposta allo striking con l’utilizzo di una lotta superiore. Si sta tornando all’epoca dei vari Couture e compagnia oppure sono dei casi isolati e alla fine a spuntarla saranno i vari McGregor e Till?

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